lunedì 10 luglio 2017

Il mondo dopo la fine del mondo - Nick Harkaway


Le luci al Bar Senzanome si spensero poco dopo le nove. Io ero chino sul tavolo da biliardo con una mano sulla chiazza liscia dietro l'area D, che a detta di Flynn il Barista era una macchia di birra, ma aveva la stessa forma e le stesse dimensioni del culo di sua moglie: a tutto baglio e sagomato come la sezione trasversale di una mela.

Se sono arrivata alla fine di questo prolisso romanzo è stato solo perchè siamo in estate e leggere è una delle attività che mi riesce meglio restando seduta davanti al ventilatore; in stagioni in cui ho di meglio da fare, lo avrei sassato via prima di arrivare alla metà. Motivo: lo stile. Perchè la trama sarebbe anche stata interessante (almeno fino a quando non è diventata un puro delirio da LSD), ma è soffocata da parole, parole, parole, troppe parole. L'autore è uno di quei soggetti autocompiaciuti che usano cento vocaboli quando dieci sarebbero più che sufficienti, come quei simpaticoni da balera che sparano battute ogni volta che aprono bocca e dopo un po' vorresti infilare loro una mela in bocca e l'altra nel... vabbè, ci siamo capiti. Per curiosità ho fatto un giro in rete scoprendo che i lettori su questo libro si dividono in due gruppi: chi la pensa come me e chi invece ne canta le lodi e plaude al genio dell'autore. Come già notato, de gustibus eccetera.

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